Imparare il cinese: parole-scrigno e parole-giardini segreti

Ho cominciato, con mia grande gioia, una collaborazione con uno dei più importanti blog letterari italiani, http://www.hounlibrointesta.it . La mia rubrica si intitola “Leggere in Cina”, e questa è la mia presentazione:

“Nessuno specchio riflette il volto di una persona la cui anima è in Cina”, scriveva Anna Kavan. Ma forse la scrittura può farlo. Dalla mia stanza a Shanghai voglio provare a raccontare, attraverso i libri e le parole, tutto ciò che riguarda la Cina. E restituire la meraviglia e lo straniamento dell’abitare sul crinale tra due mondi e linguaggi.

Ogni mese pubblicherò qui un’anteprima del mio post. Oggi si comincia con un post sull’avventura di imparare a leggere il cinese e…tornare analfabeti!

 

Quando nel 1955 Jorge Luis Borges viene nominato direttore della Biblioteca Nacional di Buenos Aires ha realizzato il sogno di una vita intera. Ma questa meta raggiunta non è l’uscita da un labirinto che si dipana sotto i suoi piedi, ma l’ingresso in un altro labirinto aggrovigliato come un enigma e fatto solo di vicoli ciechi. Perché ora che è il custode di una città di novecentomila libri i suoi occhi, oscurati da una malattia progressiva, non possono più leggere. Con impareggiabile ironia, nella Poesia dei doni Borges esalta con stupore la maestria di Dio che gli ha donato insieme tutti i libri del mondo e la cecità:

Enciclopedie, atlanti, l’Oriente e l’Occidente, secoli, dinastie, simboli, cosmi e cosmogonie offrono i muri, ma inutilmente. Lento nella mia ombra, la penombra vuota esploro con il bastone indeciso, io, che mi raffiguravo il Paradiso sotto la forma di una biblioteca.

Agli antipodi di Buenos Aires c’è forse un altro luogo dove un lettore può sperimentare questo intreccio di meraviglia, nostalgia di paradisi perduti e rassegnazione. Nel centro di Pechino, a est della Città Proibita, Wangfujing Dajie è una fitta, caotica e sfavillante successione di vetrine. Il turista finisce fatalmente per tornarci in continuazione attratto da un baricentro invisibile, forse solo la rassicurante visione di così tanti volti di occidentali impegnati nell’ordinario, sempre identico, rituale degli acquisti. A dissipare questa simmetria illusoria, a un lato della via svettano i nove piani della libreria Xinhua, una delle più grandi della Cina. Una libreria-astronave che vi accoglie nella sua plancia lucente, inquietata dal dinamismo perpetuo delle grandi e affollatissime scale mobili che collegano i piani con il loro moto di marea. È su una di queste scale mobili che sei anni fa ho capito che la Cina era il mio destino. Ho guardato dall’alto la distesa sterminata di scaffali tanto fitti di volumi da lasciare presagire che nessuna domanda umana vi era stata negletta, nessuna risposta intentata. Eppure da piano a piano, come il cieco Borges vagavo in un’oscura selva di segni indecifrabili, chiavi a cui non avevo accesso, volumi muti e refrattari come pareti. E lì mi si è palesato l’ingegno beffardo di quel dio che ci ha donato insieme tutti i libri del mondo e il caos di Babele. Ho ricordato Il dolce sgomento borgesiano di regredire alla nebbia della nascita, osservando i segni e le linee della mano cancellarsi lentamente. Anche per me, attraversando lo specchio e viaggiando all’altra estremità del mondo, il tempo si era invertito: ero tornata analfabeta.

Continua su: http://www.hounlibrointesta.it/2014/10/07/leggere-in-cina-borges-stanchina/

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