Il dio che sussurra nella perla

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Il mio nuovo articolo per il blog Hounlibrointesta:

In principio la scrittura è formata da nodi nel Soffio originario, è “sigillo di nube e luce abbagliante”. Si narra che al principio dei tempi un dio recitasse una scrittura chiuso dentro una perla, embrione del mondo. Allora i cieli si arrestarono in un silenzio stupito, perché sapevano che il mondo stava per avere inizio. Questi libri spontanei fatti di puri intrecci di energia, vennero poi trascritti dagli dei in giada su tavolette d’oro, e raccolti in sterminate librerie nei palazzi celesti o nelle cavità delle montagne sacre, in attesa della loro discesa fra gli uomini. Sulla luna vi è un albero da cui germinano libri dai caratteri rosso cinabro, che divorati rendono immortali, in un altro cielo vi è un bosco di libri, il vento che scuote le fronde fa levare il mormorio di una musica sovrumana, se un uccello li becca sul suo corpo appaiono segni scritti, chi raccoglie una piuma di questo uccello ottiene in dono la capacità di volare. La scrittura è in origine luminosa, poi aerea e sottile, poi preziosa e immortale, infine, per condensazione progressiva scende sulla terra e si fa scrittura umana. Molti testi rivelati sono criptici, successioni di formule indecifrabili. Il loro significato è intatto e non disperso, perciò conservano un grande potere trasformativo. Un foglio con la trascrizione di questi segni può essere sciolto o polverizzato e mangiato, per curare malattie o garantirsi buona fortuna. [continua a leggere su http://www.hounlibrointesta.it/2015/07/17/la-nascita-della-scrittura-3-puntata/]

Il sogno piumato

La leggenda racconta di un eremita che ogni giorno stava raccolto in preghiera sotto un albero. Dispiaciuto per la monotona vita che l’albero era costretto a vivere, l’eremita chiese a Dio di permettere all’albero di camminare. Dio glielo concesse e l’albero si allontanò camminando sulle sue radici. All’insaputa dell’eremita, trascorse il giorno intero catturando e divorando gli uccelli che volevano posarsi sui suoi rami. Solo a primavera, quando dai rami dell’albero spuntarono piume e non foglie, l’eremita comprese con dolore ciò che era accaduto e chiese a Dio che a nessun albero fosse più concesso muoversi. Sotto il museo del vetro di Shanghai deve essere passato un eremita…

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La notte in cui nacque la scrittura….

Un’anteprima del mio nuovo post sul blog letterario http://www.hounlibroitesta.it

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La notte in cui nacque la scrittura, raccontano i classici cinesi, dalle nubi cadde una pioggia di miglio e i demoni piansero nelle tenebre. La chiave della fecondità inesauribile, e l’antidoto contro ogni demone che sussurra nel buio dell’anima: questo è il dono di libertà che le parole facevano agli uomini. Ma chi ha inventato la scrittura cinese? Durante il regno del mitico imperatore Giallo, si dice che un ministro di nome Cang Jie, osservando le impronte degli animali abbia compreso che tutte le cose hanno una struttura interiore, una linea che le percorre come la colonna vertebrale percorre e dà movimento al corpo o come la linea melodica attraversa una composizione musicale. Guardando il cielo, seguì col dito le volute erratiche delle nubi, unì tra loro le stelle distanti e colse le forme delle costellazioni. Posando lo sguardo a terra vide la filigrana sulle ali degli insetti, le fenditure delle cortecce,  i profili delle montagne, che più tardi i pittori avrebbero chiamato “vene di drago”. Prese un pennello e riprodusse le arterie pulsanti di vita che si ramificavano in ogni dove. Non inventò la scrittura, la scoprì come si scopre una gemma rara. I testi antichi usano un verbo che significa “far sorgere”. La scrittura era già in ogni cosa, e non era dominio esclusivo dell’umano, bastava lasciarla emergere nell’occhio che la contemplava, farla fluire nelle dita che tracciavano i primi segni. Singolarmente, anche i sumeri attribuivano l’origine della scrittura all’imitazione delle impronte degli uccelli. E in effetti, a cosa assomiglia la scrittura cuneiforme se non a un capriccioso arabesco di impronte lasciate da ibis sulla sabbia un istante prima di prendere il volo?

Continua su http://www.hounlibrointesta.it/2015/02/03/la-nascita-della-scrittura-gabriella-stanchina/

Imparare il cinese: parole-scrigno e parole-giardini segreti

Ho cominciato, con mia grande gioia, una collaborazione con uno dei più importanti blog letterari italiani, http://www.hounlibrointesta.it . La mia rubrica si intitola “Leggere in Cina”, e questa è la mia presentazione:

“Nessuno specchio riflette il volto di una persona la cui anima è in Cina”, scriveva Anna Kavan. Ma forse la scrittura può farlo. Dalla mia stanza a Shanghai voglio provare a raccontare, attraverso i libri e le parole, tutto ciò che riguarda la Cina. E restituire la meraviglia e lo straniamento dell’abitare sul crinale tra due mondi e linguaggi.

Ogni mese pubblicherò qui un’anteprima del mio post. Oggi si comincia con un post sull’avventura di imparare a leggere il cinese e…tornare analfabeti!

 

Quando nel 1955 Jorge Luis Borges viene nominato direttore della Biblioteca Nacional di Buenos Aires ha realizzato il sogno di una vita intera. Ma questa meta raggiunta non è l’uscita da un labirinto che si dipana sotto i suoi piedi, ma l’ingresso in un altro labirinto aggrovigliato come un enigma e fatto solo di vicoli ciechi. Perché ora che è il custode di una città di novecentomila libri i suoi occhi, oscurati da una malattia progressiva, non possono più leggere. Con impareggiabile ironia, nella Poesia dei doni Borges esalta con stupore la maestria di Dio che gli ha donato insieme tutti i libri del mondo e la cecità:

Enciclopedie, atlanti, l’Oriente e l’Occidente, secoli, dinastie, simboli, cosmi e cosmogonie offrono i muri, ma inutilmente. Lento nella mia ombra, la penombra vuota esploro con il bastone indeciso, io, che mi raffiguravo il Paradiso sotto la forma di una biblioteca.

Agli antipodi di Buenos Aires c’è forse un altro luogo dove un lettore può sperimentare questo intreccio di meraviglia, nostalgia di paradisi perduti e rassegnazione. Nel centro di Pechino, a est della Città Proibita, Wangfujing Dajie è una fitta, caotica e sfavillante successione di vetrine. Il turista finisce fatalmente per tornarci in continuazione attratto da un baricentro invisibile, forse solo la rassicurante visione di così tanti volti di occidentali impegnati nell’ordinario, sempre identico, rituale degli acquisti. A dissipare questa simmetria illusoria, a un lato della via svettano i nove piani della libreria Xinhua, una delle più grandi della Cina. Una libreria-astronave che vi accoglie nella sua plancia lucente, inquietata dal dinamismo perpetuo delle grandi e affollatissime scale mobili che collegano i piani con il loro moto di marea. È su una di queste scale mobili che sei anni fa ho capito che la Cina era il mio destino. Ho guardato dall’alto la distesa sterminata di scaffali tanto fitti di volumi da lasciare presagire che nessuna domanda umana vi era stata negletta, nessuna risposta intentata. Eppure da piano a piano, come il cieco Borges vagavo in un’oscura selva di segni indecifrabili, chiavi a cui non avevo accesso, volumi muti e refrattari come pareti. E lì mi si è palesato l’ingegno beffardo di quel dio che ci ha donato insieme tutti i libri del mondo e il caos di Babele. Ho ricordato Il dolce sgomento borgesiano di regredire alla nebbia della nascita, osservando i segni e le linee della mano cancellarsi lentamente. Anche per me, attraversando lo specchio e viaggiando all’altra estremità del mondo, il tempo si era invertito: ero tornata analfabeta.

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La sorgente dei fiori di pesco. Una fiaba cinese

“La storia della sorgente dei fiori di pesco” è un racconto fantastico scritto nel 421 d.C. da Tao Yuanming. In Cina ha ispirato poesie, sonate per guqin (cetra cinese) e un film. Da allora l’espressione 世外桃源 shiwai tao yuan (la sorgente dei peschi aldilà di questo mondo) indica una felice utopia, o un luogo selvaggio e meraviglioso scoperto per caso. Qui sotto trovate la traduzione di questo celebre racconto corredata dalle foto del campus a primavera.

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Durante il periodo Taiyuan della dinastia Jin c’era un uomo di Wuling che viveva di pesca. Un giorno con la sua barca si era messo a seguire il corso di un fiumiciattolo, e aveva ormai smarrito il senso della distanza che lo separava dal suo percorso consueto. Improvvisamente si vide di fronte un boschetto di peschi in fiore. Su entrambe le rive per un’estensione di cento piedi, non vi erano altro che peschi fioriti tra il verde fresco e dolce dell’erba lussureggiante, e una pioggia di petali cadeva a profusione. Il pescatore rimase stupito di fronte a quella stranezza, e spinse la barca oltre passando in mezzo alla fitta distesa di peschi in fiore.

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In fondo al frutteto gli si parò di fronte una montagna. C’era una piccola fessura nella montagna e una luce sembrava promanarne. Il pescatore accostò la sua barca alla riva e continuò a piedi, cercando di infilarsi nello squarcio del monte. L’apertura era talmente stretta che solo una persona riusciva a sgusciarvi attraverso. Continuò a camminare per un tratto finché la vista gli si aprì su un ampio paesaggio. C’erano vaste estensioni di terra coltivata costellate da casette linde e ordinate, con graziosi specchi d’acqua, gelsi e boschetti di bambù. Tutto era ordinatamente congiunto da sentieri che si incrociavano attraverso la campagna, e si udiva in lontananza il richiamo di cani e galline. Tutti i contadini stavano arando, seminando e sarchiando, e il loro abbigliamento era simile a quello degli abitanti del mondo di fuori. Tutti, giovani e anziani, sembravano felici e immersi con soddisfazione nelle loro attività quotidiane.

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Non appena si accorsero di lui, rimasero enormemente stupiti. Gli chiesero da dove venisse, ed egli rispose a ogni loro domanda. Lo invitarono a visitare le loro case, preparandogli un banchetto di benvenuto con vino e carne di pollo. La notizia si sparse rapidamente per tutto il villaggio, e tutti accorsero a fare domande al forestiero. I suoi ospiti gli raccontarono che i loro antenati erano fuggiti durante i disordini della dinastia Qin, portando con sé le loro mogli, i figli e i loro vicini in questo luogo. Nessuno di loro aveva mai abbandonato quella terra, ed erano rimasti completamente separati dal resto dell’umanità. Quando si informarono su quale dinastia fosse al potere, il pescatore scoprì che non avevano mai sentito nominare la dinastia Han, e ancor meno sapevano dei regni Wei e Jin. Egli raccontò loro delle vicissitudini e dei conflitti avvenuti nel mondo esterno e tutti ascoltarono versando tristi lacrime. Tutti vollero invitarlo a casa loro per offrirgli generosi banchetti. Egli si intrattenne cordialmente in quel luogo per vari giorni e infine decise di ripartire. Gli abitanti gli raccomandarono di non raccontare al mondo esterno quello che aveva visto.

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Uscito dalla grotta, il pescatore risalì a bordo della sua barca e remò lungo il fiume dei fiori di pesco lasciando dei segni qua e là. Giunto a Wuling, si recò dal locale magistrato, riportando ciò che aveva visto. La prefettura inviò molti uomini a cercare la caverna basandosi sui segnali che il pescatore aveva lasciato, ma tutti si smarrirono e vagarono confusamente senza riuscire a trovare la via esatta. Liu Ziji della contea di Nanjang, che era un rispettabile studioso, dopo aver sentito narrare questa storia si dedicò con grande fervore alla ricerca della caverna, ma vanamente, e infine morì di malattia. Dopodiché, le ricerche furono abbandonate per sempre.

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Eremiti e meduse: sopravvivere alla metropoli

Questa volta ho scelto di lasciare spazio alle immagini che ho scattato in questi mesi a Shanghai. Raccontano della vita quotidiana, ma anche delle particolarità e stranezze di questa affascinante metropoli.

EREMITI METROPOLITANI

Nella Cina Imperiale, ogni letterato funzionario che avesse superato gli Esami e fosse stato assunto a corte doveva occuparsi della gestione degli affari amministrativi, militari ed economici relativi al suo mandato, spesso in zone remote dell’Impero. Il sogno accarezzato segretamente da ognuno di loro, e reso manifesto nell’arte dei giardini, nelle elegie e  nella pittura di paesaggio, era quello di poter abbandonare finalmente gli affanni e la polvere del mondo e ritirarsi in un eremo su una montagna, dove vivere i propri ultimi anni immerso nella meditazione e nella contemplazione della natura. Glia architetti di questo complesso di condomini devono essersi ricordati di quel sogno millenario e hanno deciso di dargli nuova vita. Per chi vive in una metropoli di venti milioni di abitanti, quale aspirazione più nostalgica e dolce di una capanna tra le vette e le nubi? Ma perché rinunciare per questo a vivere nel centro di Shanghai, con tutte le comodità che la civiltà comporta? Ecco la soluzione per gli aspiranti eremiti metropolitani.

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COMMERCIO

Shanghai brulica di attività commerciali. Nei sotterranei della città si aggrovigliano avveniristici e scintillanti centri commerciali, i supermercati a cinque piani offrono ogni attrazione per l’occhio e servizievoli tapis roulant portano i consumatori con i loro carrelli stracolmi da un piano all’altro. Salendo per le stazioni di questo Inferno dantesco che consuma ogni energia del malcapitato visitatore, si sbuca nelle grandi arterie commerciali come Nanjing Road e infine ci si disperde nella babele dei vicoli, dove i venditori offrono la loro merce su improvvisati banchetti o direttamente sulla strada: galline, frutta, aquiloni, parasole (in Cina è imperativo estetico non abbronzarsi!)

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MATERIE PRIME

In Cina la raccolta differenziata è gestita da privati e famiglie che si guadagnano da vivere rivendendo le bottiglie di plastica o il cartone alle aziende del riciclo. L’acqua che esce dai rubinetti non è potabile, e spesso nei grandi complessi immobiliari o negli studentati c’è la figura del “waterman”, l’uomo che recapita porta a porta le taniche da 20 litri di acqua potabilizzata.

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BICICLETTE

Date le dimensioni dei campus, è spesso indispensabile girare in bicicletta, di solito portando sul retro un altro studente, o nel caso delle studentesse, fare esercizi di equilibrismo zigzagando in bici tra la folla e contemporaneamente proteggendosi la pelle immacolata con il parasole. Buona parte del tempo guadagnato viene però sprecato cercando vanamente la propria bicicletta nei parcheggi, labirinti smisurati di ruote e telai.

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MONDI DI ZUCCHERO

Un’antica arte cinese, che talvolta si vede ancora praticata nei quartieri vecchi, è quella delle sculture di zucchero caramellato. Lo zucchero fuso è steso su una piastra e modellato a creare deliziose filigrane che raffigurano gli animali zodiacali. Una meraviglia per grandi e bambini.

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ANIMALI DOMESTICI

Molti a Shanghai possiedono un cane o un gatto (nei campus universitari abitano sterminate colonie feline sfamate da studenti e impiegati). Questo negozio di animali, per alleviare l’anonimato e la solitudine di chi vive nella metropoli, ha deciso di proporre un animale da compagnia un po’ particolare: la medusa. Richiede poche cure e garantisce melanconici pomeriggi trascorsi contemplando questa eterea creatura fluttuare nel bicchiere.

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MAHJONG

Ogni tanto la circolazione sul marciapiede è interrotta da gruppi di anziani che aprono i propri tavolini pieghevoli e si mettono in mezzo alla folla a giocare a scacchi cinesi, a go o a mahjong. Intorno a loro, altri anziani seguono e commentano le mosse.

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Quando gli occidentali pregano Confucio

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Il Tempio di Confucio sorge come un oasi di pace tra i vicoli contorti e rumorosi della città vecchia. Il culto di Confucio è stato storicamente promosso dalle diverse dinastie che volevano trovare un fondamento rituale e ideologico all’unità dell’Impero, ed è solitamente rimasto confinato alle cerimonie di Stato e alla classe dei letterati-funzionari che nella tradizione confuciana si riconosceva. Poi però, lentamente, Confucio è stato assimilato al dio taoista della cultura, e come tale appare in forma divinizzata in molti templi taoisti, come il grande Tempio delle nuvole Bianche di Pechino. Oggi sono soprattutto gli studenti a venire qui per chiedere assistenza celeste negli esami. Dai rami degli alberi secolari che circondano l’edificio principale del tempio pendono foglietti gialli legati con un nastro rosso: su un lato portano l’effigie di Confucio, sull’altro il testo della preghiera o della richiesta di grazie. Quando si alza il vento, il fruscio delle preghiere si solleva in mille lingue. Con stupore, infatti, ho scoperto che almeno la metà dei foglietti sono redatti da occidentali che vivono a Shanghai per studio o lavoro, o più spesso da turisti. Cosa rappresenta Confucio per loro? Dai loro testi Confucio appare assimilato ai santi cristiani, a cui ci si rivolge per chiedere aiuto e buona salute. Spesso è vissuto come l’incarnazione stessa della cultura cinese. Si presenta il dubbio di quale appellativo scegliere per rivolgersi a lui. Non è propriamente una divinità, ma nemmeno una figura sacra della nostra cultura… nel dubbio spesso le preghiere iniziano con un “Caro Confucio”, “Dear Confucius”, “Cher Confucius”, “Lieber Konfuzius”. Talvolta si aggiungono altri appellativi più legati alla tradizione cinese, come “Maestro” o “Onorabile Maestro Confucio”.

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La preghiera più “laica” è quella di Anne, che in inglese scrive: “Caro Confucio, AMO la tua filosofia. Sono venuta qui solo per renderti omaggio.” Altri chiedono salute e benedizioni come si farebbe con un comune santo cristiano. Il fatto che Confucio sia percepito come un saggio che si occupava essenzialmente dell’umano e della società ma non di valori trascendenti, aiuta nel chiedere il benessere terreno. Amelie, Francia, scrive: “Confucio, ti chiedo salute, amore, viaggi e benessere per me e per tutte le persone che mi sono care.”. Alex, USA: “Ti chiedo che l’amore della mia vita conservi sempre la salute. Che i giorni che arriveranno, benché difficili, noi li possiamo affrontare insieme e ritrovarci più uniti di prima.” Alicia: “Caro Confucio, aiutami a trovare un buon lavoro e ad avere fortuna in tutto il mio periodo di studi. Che la mia famiglia resti sempre in salute e tutto il meglio per i miei amici.”

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Alcuni ritrovano in Confucio il padre della civiltà cinese, e per questo si rivolgono a lui nell’affrontare lo studio della lingua o cultura cinese. Bill: “Confucio, onorevole maestro, aiutami a ottenere successo nei miei studi di cinese, come negli altri impegni accademici. Guidami alla comprensione.” E un bambino americano: “Vorrei diventare molto bravo nel Kung-fu ed essere molto intelligente a scuola. Grazie.”

Molti, ispirati dalla sua filosofia, riconoscono in lui l’incarnazione della saggezza e chiedono una guida nell’affrontare le vicende della vita. Albert: “Caro Confucio, in questo momento mi sento smarrito… Le cose non sono andate come desideravo e non riesco a prendere una decisione. Per favore, aiutami a trovare la mia strada verso la luce e garantiscimi saggezza, forza e coraggio per fare la cosa giusta. Grazie.” Abdullah: “Caro Maestro Confucio, dammi la giusta direzione per perseguire conoscenza e saggezza”. Aurelie: “Ti chiedo che l’amore della mia vita conservi sempre la salute. Che i giorni che arriveranno, benché difficili, noi li possiamo affrontare insieme e ritrovarci
più uniti di prima.” Vincent: “Caro Confucio, donami la pazienza del cuore.”

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Non mancano riferimenti diretti ai Discorsi di Confucio e ai contenuti del suo pensiero, come T.D. che chiede: “Fa che il libro che devo scrivere sia pervaso dal senso del ren.” Ren, variamente tradotto con senso di umanità, benevolenza ed empatia, è considerato il supremo valore trasmesso da Confucio nel suo insegnamento. Molti altri ricordano l’insistenza di Confucio nel perseguire la virtù della pietà filiale, e pregano per i loro genitori anziani, come G. che in italiano scrive: “Caro Confucio, proteggi mio padre e le persone che gli sono care. Donagli la felicità eterna e la salute. Ti sono riconoscente.”

Ci sono poi gli studenti che sanno come i Classici Confuciani siano stati per secoli il pilastro del sistema degli Esami Imperiali e quanto Confucio abbia sempre esaltato lo studio come via di autocoltivazione dell’umano. Chiedono soprattutto aiuto per gli studi universitari, come Charlene: “Caro Confucio vorrei riuscire nei miei studi e poter accedere all’USIP a Parigi per avere il lavoro dei mie sogni. Grazie.”, o Nathan: “Caro Confucio, vorrei avere successo nei miei studi all’Indiana University. Che io possa avere un felice primo anno da matricola e altri quattro anni di successi.”

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Tutti, comunque tributano a Confucio lo stesso rispetto e venerazione che avrebbero per le figure sacre dell’Occidente cristiano e anzi, figli di società ormai ampiamente secolarizzate, sembrano rivolgersi a lui con la prossimità e familiarità di chi, senza la mediazione e la sovrastruttura di una religione organizzata, incontra sulla propria strada un maestro e una guida spirituale. Ciò che Confucio rappresenta ha ormai travalicato i confini della Cina, e i visitatori non hanno difficoltà a sentirsi parte di una comunità mondiale, a incorporare la cultura cinese nella propria e a vedere il filo sottile che unisce la sapienza umana in qualunque parte del globo essa sia fiorita.

Quello che vedete qui sotto è il retro del mio foglietto di preghiera. Non vi rivelerò cosa ci ho scritto. Ma se desiderate saperlo, potete andare a Shanghai, al Tempio di Confucio, godervi il mormorio dell’acqua e il canto degli uccelli, e come ho fatto io frugare tra le fronde degli alberi secolari.

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