ISTRUZIONI PER LEGGERE L’ULTIMO ROMANZO DI TIFFANY MCDANIEL, “L’ECLISSE DI LAKEN COTTLE”

Li possiedi tutti, allineati su un alto scaffale, i libri di Tiffany. Bolle di vetro che contengono mondi in miniatura. Ogni tanto ne afferri una (attenta, è fragile!) e la rigiri tra le dita. Guardi dentro e vedi Breathed, Ohio, e i monti Appalachi. Fattorie e campi di pannocchie, e Main Lane arsa dal sole che si incunea tra le case, le autofficine e il diner. E cuce insieme le vite di quelle anime minute che camminano o si sporgono dalle finestre per salutarsi, deridersi, benedirsi. Oppure accucciate nella soffitta guardano da un buco nella parete un segreto che doveva essere taciuto. Ci sono nugoli di libellule dalle ali di pizzo, mele rosse intagliate, bambine che si fanno donne sotto la lama, padri che affabulano perché non sanno addomesticare il mondo. Da qualche parte, oltre i campi e le montagne, c’è la spiaggia del tempo, con i suoi barattoli incagliati, pieni di nomi e destini.

Rigiri le sfere di vetro, per un istante osservi un ragazzino che corre e poi precipita dalla scala infinita di Dio, un fulgore bianco ti distrae, accosti le orecchie per ascoltare i segreti preziosi di sorelle davanti a un intruglio di neve e di latte. C’è chi cammina sulla strada con il gelato domenicale, chi si arrampica sulle recinzioni, chi si impiastriccia il volto e i vestiti di ribes, mirtilli e more, ragazzini che tentano l’amore e nuotano per l’ultima volta nella cisterna, e una minaccia impalpabile che sfolgora qua e là, nel verde silenzio dei monti, e non la puoi afferrare. Scrutando nelle sfere dal punto di vista di Dio, fai girare i paesaggi e i destini come caleidoscopi. Le riponi in fila (attenta, lo sai che sono fragili!), spolveri lo scaffale, prepari il posto vuoto. Apri il pacchetto e con stupore estrai la nuova bolla. È diversa dalle altre. Una caligine buia sembra schiumare contro le pareti di cristallo. La scuoti un poco e qualcosa intravvedi, una giostra da carillon, forse, che gira senza musica nel fluido oscuro. La passi da una mano all’altra e ti sfugge dalle dita. Cade sul pavimento e va in frantumi (te l’avevo detto che sono fragili!). Il sole entra in una nuvola ed è penombra e silenzio. Guardi con sconcerto il disastro minuto ai tuoi piedi, qualcosa rotola via nella fenditura tra le piastrelle. Una pesca, forse, o un rubino d’orologio? E quelle teste di cavallo intagliate nel legno, che ti osservano con occhi febbrili? Tutti quei minuscoli detriti, erano forse una fattoria o una torre? E l’uomo addormentato sulla spiaggia con pantaloni color cachi, riuscirai a ricomporre il suo mondo, prima che si svegli? Raccogli tutto con la scopa, i frammenti sbattono l’uno contro l’alto con un tintinnio di campanellini d’argento. Hai rotto anche una vetrata, credi, perché tutte queste schegge colorate? Sarà un’impresa, ora, girare il tempo all’indietro sugli orologi a pendoli e riparare l’apocalisse. Rovesci tutto sul tavolo, sparpagli i pezzi, con una pinzetta e nastro adesivo cerchi di ricombinare il tutto. Questo corno stava forse sulla fronte di un cane? E perché questa esuberanza di code e di bussole? È un fischietto o una macchina da scrivere, quella cosa che scintilla? E queste maschere con gli occhi disegnati e le lingue biforcute, vanno attaccate sulle teste dalle orbite vuote?

Freneticamente, tenti mondi ipotetici, erigi cattedrali di oggetti senza senso. Come un demiurgo costruisci lacerti di mondo, sei folgorata da combinazioni inattese, distruggi tutto e ricominci trascinata da una curiosità febbrile. La sera scende, sei una sagoma di ombra ormai. C’è come una nebbia dentro e fuori di te, marosi di oblio. Non riesci a ricordare più nulla, conti i pezzi, componi e scomponi. Questo camioncino con frutti e felci rosse sulla fiancata, dove doveva andare? E questo sole di cartapesta dalla cui bocca dorata sgorgano girasoli? I piccoli pezzi sembrano sciogliersi e mutare sotto i tuoi polpastrelli, un drago ti morde il dito e sguscia via. Guardi la goccia di sangue, confusa, c’è uno scalpitare di zoccoli, come cavallini di sabbia che precipitano in una clessidra. Cominci a dubitare di poter riparare il danno. D’altronde te l’aveva detto quella mezza cherokee dell’Ohio con le labbra di ciliegia (ma di chi sono questi ricordi ora? Crescono dappertutto come folti capelli). Ti aveva avvertito che quando un’anima va in frantumi non la si può più riparare (se ne intendeva di coltelli e di lame). E poi c’è questo battito ronzante, come un metronomo che segna il ritmo sbagliato, e ti dà l’emicrania. Ti alzi, ti affacci alla finestra. Non è nulla, solo una mosca che continua a sbattere cocciutamente la testa contro la volta del cielo (come se oltre il limite del sogno potesse esserci qualcosa). Respiri, ti sciogli i capelli, scruti con apprensione quella crepa che attraversa il cielo. Speri che il nastro adesivo con cui l’hai richiusa tenga, ora che sul mondo sta scendendo il buio.