Della libertà e di un immenso campus

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Chiedo scusa ai miei lettori per la lunga pausa. Sono arrivata a Shanghai il 31 agosto, e ora sono alloggiata presso lo studentato degli stranieri. Ho impiegato qualche giorno per trovare il modo di comunicare nuovamente, essendo la piattaforma che ospita questo blog una delle molte censurate in Cina. La censura in Cina ha degli aspetti misteriosi soprattutto per noi occidentali, e una natura fortemente elusiva. Al di là delle tematiche “delicate” ben note, è difficilissimo prevedere cosa verrà bloccato e cosa no. Spesso le scelte sono indecifrabili e contraddittorie, e a volte ci sono varchi inattesi, soprattutto per la natura pragmatica della legislazione cinese che proverbialmente “è fatta per essere infranta”. Il confine tra libertà e controllo si sposta incessantemente, anche per la concomitanza di altre disposizioni, come le rigidissime leggi anti-immigrazione volte a proteggere la stabilità dell’economia cinese. Come nella foto qui sopra, che ho scattato davanti a un negozio di animali a Wan’an Road, il destino del cane libero e vigile sembra potersi rovesciare ogni momento in quello dei suoi compagni in gabbia. Per quale misteriosa ragione sarà stato prescelto per assaporare la libertà?

 L’università Fudan, dove ora studio e i suoi quattro campus occupano una superficie di 2.400.000 m2. Il campus Handan, il principale, che comprende anche la mia facoltà di filosofia è composto di numerosi edifici in vari stili, dal tempio buddhista con le gronde a coda di rondine al neoclassico stile nordamericano, immersi in spazi verdi, tra cui si snodano viali alberati percorsi dagli studenti con le loro biciclette e punteggiati di campi sportivi e scorci di giardini cinesi con cascate, ponticelli e piccole pagode .Ci sono anche numerosi negozietti, che vendono, esposti disordinatamente all’esterno, prodotti per la casa, biciclette (indispensabili date le distanze e, a quanto pare, molto economiche), e tutto quanto può servire per la vita nello studentato. Numerosi sono gli edifici riservati a residenze per gli studenti, caratterizzati dai balconcini con i vestiti stesi ad asciugare, nonché dalla numerosa colonia felina che abita nel campus, e talvolta osa spingersi a cercare cibo anche nelle vaste(e un po’ algide) sale delle mense. 

L’edificio più imponente e simbolo dell’università sono le Guanghua  Towers, che dai giardini e dalle graziose case circostanti sembrano trarre impulso per la loro imprevista e audacissima impennata verticale. Ne parlerò nel prossimo post.

Un passeggero mi disse…

Frequentavo il primo anno di filosofia a Milano. Il lunedì mattina non avevo lezione, così potevo arrivare comodamente con il treno delle 10, che attraversava pigramente nebbie e pianure con i suoi vagoni semivuoti. Quel giorno a Treviglio, l’ultima fermata prima della Stazione Centrale, salì un viaggiatore, non avrei saputo dire se cinese o giapponese: all’epoca li confondevo, come avviene alla maggior parte delle persone. Forse l’avevo fissato un minuto di troppo, perché lui si sentì in dovere di presentarsi. Era un tipo affabile, con una stretta di mano vigorosa. Mi raccontò che veniva da una cittadina vicino a Shanghai, si era trasferito a Milano da dieci anni, aveva aperto una palestra di arti marziali. Mi disse che organizzava anche corsi di autodifesa per donne. Voleva darmi una dimostrazione, così cercò di insegnarmi come divincolare, con una semplice rotazione, i polsi da due mani che li stringono. Provai e riprovai, ma fu subito evidente che la mia fatale mancanza di coordinazione, oltre ad avermi impedito di prendere la patente di guida, mi avrebbe anche reso la vittima ideale di legioni di ignoti assalitori. Lui assunse un’espressione da saggio taoista e mi spiegò che chiunque poteva apprendere quelle tecniche, sarebbero serviti solo tempo e pazienza, e intanto guardava fuori dal finestrino come se stesse contemplando le distese ininterrotte dei secoli. Per risollevarmi dall’imbarazzo, spiegai che io studiavo filosofia e me ne pentii subito, pensando che qualcuno avrebbe potuto leggere una facile allusione al legame, che il mio istruttore di guida non mancava mai di sottolineare, tra la mia materia di studio e la mia inettitudine fisica. Invece il mio passeggero ne fu affascinato. “In Cina moltissime persone sono attratte dalla filosofia occidentale, ma purtroppo mancano insegnanti. Perché dopo la laurea non ti trasferisci in Cina a insegnare filosofia? Non avresti nessuna difficoltà a trovare un posto di docente. Potresti cominciare tenendo lezioni in inglese, la lingua cinese piano piano la imparerai!”

Ecco, ci sono istanti, abbastanza numerosi, in cui la mia vita sembra impercettibilmente inclinarsi e scivolare giù oltre il bordo della realtà. Dovete sapere che all’epoca non solo io non nutrivo il minimo interesse per la Cina, ma l’economia cinese non aveva ancora imposto al mondo intero il ritmo possente della sua crescita. Era un paese di cui non si parlava mai e che suscitava l’attenzione solo degli economisti più accorti e preveggenti. Io perciò sgranai gli occhi, cercai di immaginarmi la Cina – immensa, povera, indecifrabile, in sequenze di fotogrammi virati al seppia – e me in Cina (sperduta dove?) a insegnare la Scienza della Logica di Hegel a studenti attoniti in una delle lingue più inaccessibili partorite dalla Torre di Babele. Mi era venuto in mente quel libro perché sul muro di una casa prospiciente l’ingresso dell’Università un anonimo writer aveva scritto a grandi lettere «Chi ha letto la Logica di Hegel non può impazzire», koan misterioso su cui avremmo meditato senza capirne il senso fino al giorno della laurea. Mi aggrappai a quello, perché a me sembrava invece che quel colloquio in treno avesse preso una piega grottesca e surreale. Intendiamoci, non è che una laurea in filosofia mi dischiudesse davanti praterie sterminate di possibilità professionali, ma insegnare filosofia occidentale in Cina! Era la proposta più bizzarra e pazzesca che mi fosse mai stata fatta. Stavamo entrando in stazione, il meccanismo del freno aveva già cominciato a far cigolare le ruote. Non volevo sembrare scortese, così annuii e gli dissi che sì, certo, ci avrei pensato, ma lui era entusiasta della propria idea, e mi accompagnò fino all’ingresso della metropolitana per raccomandarmi di fare domanda e subito dopo la laurea, di andarci subito, in Cina, dove un miliardo e passa di persone erano assetate di conoscenza. Quella sera risi con gli amici di quell’incontro bizzarro. Poi il tempo passò, lessi la Logica di Hegel, non impazzii. E un giorno, per puro caso comprai una traduzione del Tao Te Ching. E un anno dopo pensai che volevo occuparmi di filosofia cinese e avrei dovuto guadagnare un po’ di soldi e andare a Venezia a studiare la lingua. E un po’ dopo ancora andai due settimane a visitare Pechino e sulla collina del Palazzo d’Estate mi fu tutto chiaro. E oggi, che manca una settimana alla mia partenza per Shanghai, ripenso a quell’incontro, in uno scompartimento delle Ferrovia dello Stato, con il passeggero cinese e la sua folle idea, e mi rendo conto che ci sono eventi della nostra vita che sono nodi scorsoi. Per anni interi stai lì a osservare la loro struttura intricata e poi, un giorno, semplicemente tiri i due capi del filo. Il nodo si scioglie e tu resti lì, con in mano un filo che, ad averlo saputo, aveva sempre puntato diritto, fin dall’inizio, verso la giusta direzione. 

Quando la Cina era lontanissima

Adesso che la Cina è vicinissima per me, quasi incombente in certi momenti d’ansia, mi diverte trovare nei libri scritti anche pochi decenni fa riferimenti alla Cina come il luogo remoto per antonomasia, irreale, irraggiungibile, strano. La Cina come l’impossibile dell’Occidente. Nei nuovi frammenti editi da poco del Libro dell’inquietudine di Pessoa, Bernardo Soares, contemplando dalla sua stanzetta di Lisbona la vita umana, più eterea e assurda dei sogni, si lamenta: “Voler morire a Pechino e non potere è una delle cose che mi pesano come l’idea di un cataclisma imminente”. Oggi il mite contabile Bernardo Soares potrebbe tranquillamente passeggiare non tra le viuzze di Lisbona, ma lungo gli anelli a dodici corsie di Pechino. Chissà se al suo sguardo di viandante si offrirebbe lo stesso turbamento, la stessa inafferrabilità della vita? O forse un’inquietudine del tutto nuova, mescolata all’impossibile desiderio di morire nella remotissima Lisbona? Ho pensato poi a un piccolo e delizioso romanzo, “Il mandarino” di José Maria Eça de Queirós (un altro portoghese, non a caso, popolo di mercanti e navigatori che per primo conobbe la Cina). Più del libro sono famosi l’episodio di “Ai confini della realtà” intitolato “Il pulsante” e il film “The box” del regista di Donnie Darko Richard Kelly che vi si sono ispirati. La storia è semplicissima e geniale al tempo stesso: un umile scrivano ministeriale riceve la visita di un uomo misterioso che gli offre un vecchio campanello. Se sceglierà di suonarlo, riceverà un’enorme quantità di denaro ma in Cina una persona morirà. Dilemma etico: “Agli estremi confini della Cina esiste un Mandarino più ricco di tutti i re di cui narrano la favola e la storia. Di lui non conosci nulla: né il nome, né il sembiante, né la seta di cui si veste. Perché tu possa ereditare i suoi immensi capitali, basta che suoni il campanello al tuo lato, su di un libro. Egli esalerà soltanto un sospiro, ai confini della Mongolia. Sarà allora un cadavere: e tu avrai ai tuoi piedi più oro di quanto possa sognarne la cupidigia di un avaro. Tu che mi leggi e sei un uomo mortale, suonerai il campanello?”. Nell’episodio televisivo e nel film è scomparso il riferimento alla Cina, ma ne è rimasto il concetto essenziale: ai protagonisti viene offerta una scatola con un pulsante e la possibilità di far morire “una persona che voi non conoscete”. La Cina era, e spesso continua a essere un continente di volti sconosciuti, che ci parla in una lingua indecifrabile. Quello di cui non ci possiamo più illudere, come invece faceva lo scrivano di Queirós, è che i loro destini non siano indissolubilmente legati ai nostri. E che anche loro ci guardino, con identica perplessità e identica incomprensione. E allora è diventato drammaticamente reale il finale dell’episodio di “Ai confini della realtà”. La coppia protagonista, dopo aver premuto il pulsante restituisce la scatola all’anonimo donatore. “E adesso che ne farete?” chiedono. “La darò a qualcun altro a cui farò la vostra stessa offerta”. “Di chi si tratta?” E l’uomo misterioso, con diabolico sorriso: “Qualcuno che non vi conosce”.